La verità sui buoni propositi

buoni propositi
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E se dietro i migliori propositi si nascondessero delle trappole? È quello che ho scoperto sulla mia pelle in questo inizio 2016. Pensavo che rispettare i miei buoni propositi fosse l’obiettivo. Invece tra i buoni propositi c’era  l’ostacolo che impediva di fare progressi.

Ma andiamo per ordine. Cosa è successo?

Ho stabilito che nel 2016 avrei scritto tutti i giorni. Un ottimo proposito, valido anche ora.
Per essere certo di rispettare questo proposito mi sono imposto anche di pubblicare ogni giorno su questo blog.

Sembra molto lineare, ma tra queste due affermazioni c’è un abisso.

Scrivere tutti i giorni è un importante. È un’abitudine sana. Un giorno scrivi cose di valore, un giorno roba scarsa. Un giorno lavori di cesello, un altro butti giù pagine e pagine.

Pubblicare tutti i giorni è un’altra cosa. Perché pubblicare richiede di pensare, progettare, scrivere, cancellare, editare, tagliare, riscrivere e, infine, pubblicare. E tutto ciò richiede tanto tempo.

Pubblicare vuol dire anche ricercare link, fonti, immagini. E significa anche condividere sui social, ripubblicare  su Medium e LinkedIn e molto altro ancora.

Ho fatto tutto questo? Tutt’altro!

Per raggiungere l’obiettivo di pubblicare tutti i giorni ho usato mille scorciatoie.

La prima scorciatoia, la più apprezzata, è stata scrivere poco. Essere sintetici è un gran valore. Ma spesso scrivere poche parole equivale a dare poco valore.

La seconda scorciatoia è quella che mi fa vergognare: ho pubblicato materiale buono, meno buono e anche scarso. Editato bene, decentemente o non editato per niente. Se devi uscire tutti i giorni e hai anche un lavoro, la qualità ne soffre.

La terza scorciatoia mi fa urlare al sabotaggio. Dovendo postare tutti i giorni spesso non ho avuto il tempo per riflettere sul modo giusto per diffondere ciascun pezzo. Si scrive per scrivere, ma per uno che si occupa di marketing non essere letto è grave.

E queste sono solo le scorciatoie. Scrivendo e pubblicando ogni giorno mi sono reso conto di altri problemi.

Un post al giorno non è sostenibile. Nessuno ha il tempo e l’attenzione per seguire pubblicazioni quotidiane a meno di non sapere già prima quale beneficio troverà nel contenuto.

E arriviamo alla ragione finale per cui postare ogni giorno è un errore: nella furia di pubblicare un nuovo contenuto ogni giorno mi sono scordato di creare una value proposition per i miei lettori.

Non avendo definito cosa avrei offerto, mi sono aperto la strada per riflessioni di ogni genere, ma mi sono ingannato nel pensare che una value proposition sarebbe emersa organicamente.

Anni di lavoro mi dicono che il-piano-che-si-fa-da-solo è una chimera: i piani nascono dalla riflessione, dal pensiero progettuale e dal duro lavoro su di essi.

E così oggi mi trovo a scrivere un post che non pubblicherò immediatamente. Un post che potrò editare. Un post che – spero – durerà un po’ più a lungo di un giorno. Il primo post non quotidiano di questo blog.

Ho imparato qualcosa: se l’obiettivo è scrivere (bene) tutti i giorni, questo non si realizza pubblicando tutti i giorni.

Ho deciso di voltare pagina. E per farlo ho bisogno del tuo aiuto. Aiutami ad identificare dei nuovi obiettivi per questo blog. Ho preparato tre domande tre, a cui so che saprai dare la risposta che a me serve.

Grazie!

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Digitale

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ISIS cerca persone svelte con la tecnologia. Lo spiega il team di Gimlet nella 33esima puntata di Reply All. Per fare i terroristi bisogna capirci di digitale.

È noto che Snowden scelse di rivelare i documenti dell’NSA prima a Laura Poitras che a Glen Greenwald, perché quest’ultimo non se la cavava benissimo con la tecnologia. Solo quando ha installato tutti i software giusti, Glen ha potuto leggere le rivelazioni di Snowden.

Non c’è categoria che non riceverà gli effetti dall’evoluzione dell’universo tecnologico digitale. Terroristi e giornalisti fanno solo parte dell’avanguardia.

 

Video

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“What gear do I use?”

Su YouTube ci sono centinaia di video che spiegano come i vlogger e le YouTube star producono i loro video.

Wistia ha fatto la sua fortuna con del marketing molto raffinato e video che spiegano come creare un video professionale con un iPhone.

Molti smartphone oggi possono essere utilizzati non solo per creare video di alta qualità, ma anche come strumenti per montare e missare questi video.

Quello del video è un linguaggio che sul web è diventato comunque quanto la scrittura.

Se tanti sanno usare il video molto bene, ci sono molti che ancora devono imparare linguaggi, codici e necessità tecniche di questo medium.

La cosa sicura è che in futuro produrremo più video. E adesso è il momento di imparare a girarli.

Beneficio

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TED ha pubblicato un video inusuale. C’è uno speaker, ma parla da uno studio. Non ci sono slide, ma alcune animazioni commentano il discorso fatto. Il talk è intervallato da spezzoni di altri TED. Manca il pubblico.

In questo video il curatore di TED Chris Anderson sintetizza i principi che possono rendere grande un TED Talk. Non c’è una formula, sostiene: la cosa importante è comunicare chiaramente un’idea.

La domanda a cui rispondere per fare una grande presentazione quindi diventa una sola: chi può trarre beneficio da questa idea?

Tutto il resto discende dall’idea e da chi ne può trarre beneficio.

Desideri

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La cronologia del browser. La lista dei video recenti di YouTube. I nostri like su Facebook. Le nostre ricerche su Google. Questi sono i moderni ricettacoli dei nostri desideri. Gli specchi delle riflessioni interiori che esprimiamo all’esterno attraverso la tecnologia.

Se il modello dominante non fosse la pubblicità potremmo usare l’aggregato di questi dati per avere un diario intimo di ciò che ci serve, ciò che ci svaga, ciò che ci piace.

Invece l’idea qui è: intercetto un tuo desiderio implicito e lo esplicito con un banner. Compro la tua attenzione. Se tu clicchi ed acquisti, io guadagno.

Al centro dell’equazione c’è l’azienda, la persona si limita a consumare il prodotto.

Ci sono altre vie. C’è chi sperimenta metodi per informare esplicitamente le aziende dei nostri desideri. Rispondiamo a domande semplici: cosa vogliamo, in che momento, a che prezzo? E invece di ricevere pubblicità, riceviamo offerte tagliate sulle nostre specifiche esigenze. Non vendiamo la nostra attenzione, ma rendiamo trasparente il desiderio.

Quello in cui i dati sono centralizzati, in cui la nostra attenzione è in vendita e il profitto viene dalla pubblicità è solo uno dei tanti mondi possibili.

Vincere

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Quella contro le cose da fare può sembrare una lotta, una sfida, una gara. A volte la to do list sembra simile ad un cattivo cinematografico o ad un mostro di fine quadro di un videogame, indomito e potente.

Le regole della to do list sono le tue regole. E sta a te decidere se la partita che giocherai ti consente di vincere, oppure se perderai nella lotta contro il “mostro finale”.

Oggi è capitato che la mia to do list non sia così difficile da completare. Non ho call. Non ho deadline. Devo curare clienti, far avanzare progetti, ma è tutto fattibile.

Sono contento perché invece di giocare per andare pari, invece di un’infinita rincorsa in salita, oggi mi trovo a giocare una partita che posso vincere facilmente.

E non c’è niente di male.

Proposte

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Se sei allo scoperto su Internet ogni giorno nella tua mailbox arrivano nuove proposte. C’è un’infografica da includere nel tuo blog. Una nuova risorsa da scoprire e da linkare. C’è chi ti offre di scrivere per il tuo blog gratuitamente. C’è chi vuole persino pagarti per avere i tuoi contenuti sul suo blog.

La caratteristica di tutte queste proposte è di non essere richieste. Non le abbiamo cercate. Ci sono atterrate sullo schermo e siamo inclini a valutarle negativamente perché sono – molto spesso – spam. Ma possiamo vederle anche da un altro punto di vista: le possiamo valutare positivamente perché sono idee gratuite, che sono fiorite nel nostro giardino digitale senza che noi muovessimo un dito.

Non c’è una valutazione unica che si può dare a tutte queste opportunità. Oggi chiunque può analizzare il vostro profilo pubblico o il vostro blog e automatizzare una mail personalizzata al punto giusto da sembrare una richiesta personale.

L’unica distinzione che possiamo fare è tra quello che siamo andati a cercare attivamente, quello che abbiamo tirato fuori dal web e quello che, invece, ci è stato spinto davanti agli occhi. Insomma per farla anglosassone, la grossa differenza è tra pull e push.

E nella mia esperienza pull vince ancora su push 9 volte su 10.

Monopolio

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Non esiste una sola internet, ma ce ne sono diverse. C’è quella dei big five, quella che usiamo tutti i giorni. C’è il dark web, quello a cui si accede tramite Tor. C’è la rete a luci rosse, quella del porno e dei vari siti i “tube”.

Ho letto recentemente su The Atlantic che tutti i principali siti porno sono proprietà della stessa società, che è anche il più grosso provider di tecnologia streaming dedicato al porno.

Il porno – dunque – è un monopolio. Il monopolista è un distributore che fa i suoi interessi. Raccoglie pubblicità e non favorisce di certo i creatori di contenuti.

Il servizio che dobbiamo fare a noi stessi è di non ignorare questi fenomeni. Ogni volta che si crea un monopolio si crea l’opportunità per penalizzare questa o quella categoria. Oggi ad essere penalizzati sono i produttori di porno e gli autisti Uber, domani potremmo essere io e te.

Feedback

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Qualche anno nella gremita platea di un salone di SXSW ad Austin stavo sentendo Stephen Wolfram, quando una sua frase – non ricordo più quale – venne interrotta da uno spontaneo applauso della platea.

Stephen, da bravo scienziato, osservò la reazione del suo pubblico con sorpresa e annotò l’evento dicendo ad alta voce “good feedback”. Ci mancava solo che sollevasse il sopracciglio come lo storico Spock di Leonard Nimoy. Il suo era lo sguardo di un vulcaniano (o semplicemente di uno scienziato dedito al ragionamento matematico) che osservava una platea fatta di capitani Kirk (o semplicemente persone coinvolte ed emotivamente entusiaste).

Questo ciclo di feedback è il valore più grande dell’interagire sui mezzi di comunicazione digitali. Intorno alle possibili analisi del feedback c’è un’intera industria e centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Il mondo è in ascolto. Ma chi non parla “digitale” è sordo e sarà presto tagliato fuori dalla conversazione.

 

Conversazione

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La ragione per cui Twitter ha funzionato in passato. È uno dei principali motivi del successo di Facebook e di Messenger. Tiene in vita WhatsApp.

È il nostro desiderio di usare ogni metodo possibile per dialogare, conversare e fare gruppo.

È anche l’obiettivo di tante aziende: dialogare con i propri clienti, da pari a pari.

Lo facciamo oggi e continueremo a farlo, supportati dal mezzo che più supporta le nostre inclinazioni e le nostre idee.

La parola è appropriata anche parlando di questo stesso blog. Ogni parola scritta sul web è parte della conversazione. Sta alla bravura di chi scrive stimolare l’interazione e far partire la conversazione.