On demand

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Una caratteristica delle reti di computer è di essere always on. In un tempo in cui la connettività sostanzialmente ha costi bassi e spesso in discesa, vale la pena che tutti i nodi di un network siano sempre pronti a ricevere input.

Questa peculiarità, se applicata ad una rete di persone, creerebbe non poca confusione e parecchie notti insonni.

Uno degli attributi del lavoro umano è la discontinuità. Uno dei requisiti per lavorare bene è essere disconnessi, concentrarsi sui una singola attività, fino ad ottenere il celebre stato di flow come descritto da Mihaly Csikszentmihalyi.

Una rete di persone quindi sarà on demand. Ogni persona o azienda potrà manifestare la sua disponibilità partecipando alla rete comune, per poi disconnettersi nel momento dell’esecuzione del lavoro. Se ne deduce che ogni nuovo lavoro che entrerà nel network (ad esempio la richiesta di un nuovo cliente) sarà pubblicizzata dal nodo che l’ha ricevuta a tutti gli altri nodi in ascolto in quel momento. Un po’ come in un sistema di radiotaxi, in cui la prima vettura in zona risponde alla chiamata. E, sempre seguendo la stessa metafora, se non ci sono taxi disponibili il cliente resterà insoddisfatto. Succede.

Anche oggi sembra che me la sono cavata. Una rete di aziende e persone crea connessioni on demand, rispetta il silenzio dei nodi, comunica in ogni momento con i nodi attivi.

Connettività

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In una rete di computer tutti i nodi possono comunicare tra di loro. Ogni indirizzo ha diritto ad entrare in comunicazione con qualsiasi altro indirizzo. Le connessioni possono essere stabilite ed interrotte a piacere. Tutti i nodi sono sempre pronti ad ascoltare comunicazioni di altri nodi.

In una rete di persone e di aziende tutti i nodi devono – prima di tutto – conoscersi. Devono avere un canale di comunicazione. Questo canale – preferenzialmente – deve essere una canale da 1 ad 1.

Una rete di computer vive serenamente di comunicazioni 1 ad 1. Una rete di persone ed aziende ha bisogno anche di altro: serve un punto di incontro dove – col minimo rumore possibile – ci si possa relazionare con tutti gli altri nodi. Questo punto d’incontro può essere un luogo fisico, dove ci si incontra una volta l’anno. Ma può anche prendere la forma – nel mondo digitale – di un social network privato o di un canale su Slack.

Il tema della connettività, quindi, si risolve facilmente.
Per garantire la connettività ad un network di aziende e di persone bisogna:
a) che tutti i nodi si conoscano;
b) che possano comunicare 1 ad 1;
c) che ci sia uno spazio per comunicare con tutti gli altri nodi simultaneamente.

Il mio primo PC

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Ho iniziato ad usare un computer quando ero molto piccolo. Era il primo PC dell’IBM. Dopo essermi impratichito con DOS e BASIC, che erano preinstallati, mi sono domandato cosa avrei voluto che quel computer facesse. Non mi sono mai piaciuti i giochi, quindi quella non sarebbe stata un’opzione. A 6 anni non avevo una gran voglia di scrivere con Wordperfect o usare fogli di calcolo come Lotus 123.  Iniziai a programmare, poi intorno ai 10 anni decisi che quello che mi interessava veramente era rendere il mio computer più intelligente collegandolo ad altri computer.

Ho chiesto ai miei genitori di avere in regalo un modem. E la mia vita non è stata più la stessa.
Mettere il mio computer in rete è stata la cosa più intelligente e trasformativa che ho fatto nel primo decennio della mia vita.

Adesso però ho voglia di fare qualcosa di diverso. Voglio collegare la mia azienda come ho collegato il mio computer 30 anni or sono. Ho già iniziato a parlarne su questo blog. Nei prossimi giorni ti racconterò quali caratteristiche può avere una rete di aziende/persone e come voglio procedere a costruire il mio network. Spero che lungo la strada ti venga voglia di salire a bordo, o di replicare questa struttura per creare il tuo network.

Se vorrai seguirmi la maniera migliore è quella di sottoscrivere gli articoli del blog via mail. C’è una form qui a fianco se vuoi.

Scrivere gender neutral

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Sto imparando a scrivere gender neutral. In inglese il testo si appesantisce poco. Si usa tanto il plurale, dove è necessario. L’articolo passepartout “the” è una salvezza.

Se cerchi “gender neutral italiano” su Google non trovi molti risultati in tema. Esce qualcosa su “scrivere in italiano neutralità di genere”. Gli articoli che parlando di neutralità di genere introducono la parola chiave “sessismo nella lingua italiana”. Insomma, gli anglosassoni partono dalla soluzione (la neutralità), noi mediterranei ci concentriamo sul problema (il sessismo).

E infatti arriviamo a conclusioni diverse. L’obiettivo anglosassone è di eliminare le differenze tra i generi, l’obiettivo della ricerca contro il sessismo è di raggiungere la parità tra generi nella lingua. L’uno nasce dal riconoscimento dei nuovi generi (trans, neutro ed altri), l’altro dai diritti della donna.

Come se ne esce? Formule composte: invece de “gli insegnanti” si dice “il corpo docente”. Altrimenti si sdoppia tutto: invece de “gli insegnanti” si dice “Gli insegnanti e le insegnanti”. Il testo, in entrambi i casi, si appesantisce abbastanza. E la neutralità manca ancora.

Poi c’è il problema di scrivere di argomenti nuovi. Il mio articolo di ieri è pieno di bias di genere maschile perché ho scritto ovunque “i freelancer”. La prima opzione mi è preclusa: dovrei scrivere “l’universo freelancer” o “il pianeta freelancer” o peggio “il fenomeno freelancer” ogni volta che voglio parlare di freelancer? La seconda trasformerebbe ogni testo in un volantino di Rifondazione Comunista: con continui sdoppiamenti come  “i freelancer e le freelancer” o l’orrida formula “i/le freelancer” o “le/i freelancer”.

Oggi, la notizia è che non se ne esce. Non so scrivere gender neutral in italiano. Però ci sto provando.

Capi

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In superficie il nuovo mondo del lavoro, quello in cui diventiamo tutti freelancer, sembrerebbe tutto rose e fiori. Non ci sono capi, disegni il tuo stile di vita come vuoi, lavori da remoto, organizzi il tuo tempo.

È vero. Puoi andare a vivere dove la vita costa meno. È vero, puoi andare in palestra a metà mattina quando non c’è nessuno. È vero, non hai dei capi diretti.

La realtà però non è così chiaramente definita. I capi ci sono: si chiamano clienti. Invece di essere fissi ed immutabili, cambiano col tempo. Tutti i clienti vorrebbero avere l’impressione di essere gli unici clienti e quindi gli unici capi dei freelancer. E i freelancer hanno tutte le intenzioni di illuderli in questo senso, solo che questo costa fatica.

La gestione dei clienti richiede maturità. Bisogna pensare alle loro esigenze immediate, a quello di cui avranno bisogno nel lungo periodo e infine alle proprie esigenze. Se i freelancer sono motivati dal denaro, il rapporto non funzionerà, o almeno non sarà duraturo. Deve esserci uno scambio di valore che va molto al di là del pagamento per creare un buon rapporto col cliente.

Questo rapporto deve durare più a lungo possibile, ma non un giorno di più. Deve lasciare un ricordo totalmente positivo. Deve stimolare a richiamare i freelancer in caso di bisogno e di consigliarli ad altri. Deve svolgersi e concludersi in trasparenza e con reciproca soddisfazione.

Se queste non sono le premesse, o se i freelancer si rendono conto che il rapporto col loro cliente non funziona, allora devono usare il loro superpotere e licenziare i clienti.

Ecco, la vera differenza è che in futuro potremo licenziare i nostri capi. Ma non auguro a nessuno di doverlo mai fare.

Come si produce valore?

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Ogni domenica uso questo spazio per rispondere a una domanda. Ho bisogno della tua per domenica prossima. Scrivimela via email, su Facebook e Twitter.

Cosa vuol dire produrre valore per gli altri con le proprie idee e la propria consulenza? Come si misura il valore? Solo con i soldi? Naah, non credo…

@cyberandy

Una delle opinioni più comuni sui consulenti è che si facciano pagare troppo e che non portino un valore commisurato al costo.

Un consulente fa pagare il suo tempo. In quel costo c’è il tempo che ha passato a studiare, a riflettere ed elaborare la sua materia. C’è l’esperienza che ha nel suo specifico ambito, ci sono le conoscenze che ha acquisito lavorando allo stesso problema in decine di aziende diverse. C’è la sua disponibilità a mettersi a lavorare subito, mentre magari aveva altri piani. C’è il concentrato del suo sapere al tuo servizio.

Il valore di un consulente è nei risultati. Il suo valore è innanzi tutto quello della sua umanità, delle sue capacità empatiche ed emotive che porta con sé in azienda. Poi c’è il valore delle idee e dei semi che lascerà in azienda: alcuni sotto forma di suggerimenti, altri in forma di manuali delle istruzioni. C’è il valore della produttività personale, della serenità dei collaboratori che può essere aumentata dal suo intervento. C’è il valore dei nuovi processi, che in alcuni casi faranno risparmiare risorse all’azienda. C’è infine il valore dell’aumento delle vendite, la riduzione dei costi, l’incremento della produttività, la diminuzione degli sprechi che l’azienda può ottenere grazie al suo operato.

L’errore più grande che fanno i consulenti (e tutti stiamo diventando freelance e consulenti come dice Neil Gaiman) è di non fare un discorso all’inizio del proprio lavoro. In questo discorso si può chiarire da dove viene il costo e come misurare il valore del risultato. E il bello è che si potrebbe ragionare insieme e definire, insieme al cliente, non solo i risultati, ma anche la struttura di costo.

E sono sicuro che in questo caso la “tariffa oraria” sarebbe più alta di quella che il consulente avrebbe proposto da solo, e che il cliente non potrebbe mai pensare che questa non sia commisurata al valore portato.

Due su tre

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Il lavoro lo trovi in qualsiasi modo riesci a trovarlo, ma i freelance possono continuare a lavorare in un modo freelance (e il mondo sta diventando sempre più un mondo freelance), perché lavorano bene, perché è facile andarci d’accordo, e perché consegnano il lavoro in tempo. E non ti servono neanche tutte e tre le cose! Due su tre sono più che abbastanza. La gente tollererà  la tua spiacevolezza se il tuo lavoro è buono e lo consegni per tempo. La gente tollererà il ritardo con cui consegni il lavoro, ammesso che questo sia sempre buono e che tu gli piaccia. E non devi neanche essere bravo come tutti gli altri, se sei puntuale ed è sempre un piacere parlare con te.

— Neil Gaiman

Trovare lavoro è difficile. Ma il segreto per continuare a lavorare è nelle parole di Neil Gaiman tratte dal suo commencement address “Make good art” del 2012. Qui la trascrizione completa e sotto il video integrale in Inglese. Buona visione.

Chiedere il permesso

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Il CEO di Volkswagen lamenta il fatto che la Silicon Valley sta iniziando a dettare legge anche in fatto di automobili e sostiene che l’europa dovrebbe tornare leader.

Poi dichiara:

“A true breakthrough for electric mobility will only be achieved if politics, society, and authorities work together more closely.”

Negli Stati Uniti le aziende, pur collaborando con la politica e rispettando le autorità, riescono a cambiare la società con servizi e prodotti innovativi. È la cultura della Silicon Valley contro cui si scaglia Matthias Müller.

In Israele, ad esempio, ci hanno già provato a fare la mobilità elettrica col consenso di tutti e grandi investimenti in infrastrutture. Il progetto si chiamava Better Place ed è uno dei fallimenti più spettacolari degli ultimi anni. Better Place ci dimostra che partire dalle infrastrutture non serve, quello che invece funziona è mettere sul mercato una berlina bella da vedere che tutti vogliono comprare.

L’atteggiamento europeo invece resta sempre quello di chiedere il permesso e il sostegno: possiamo essere leader, ma abbiamo bisogno di un largo consenso, abbiamo bisogno che le istituzioni ci supportino, abbiamo bisogno che tutti lavorino insieme.

La ricetta dell’innovazione europea suona un po’ così: prima devono cambiare gli altri, poi cambieremo anche noi.

Ecco, gli innovatori non si comportano così. Per niente. Soprattutto quelli che segnano un nuovo cammino, annusano le opportunità, le colgono e le fanno proprie. Non aspettano le istituzioni. Rispettano la politica perché è un fattore nel loro business, ma non chiedono il permesso a nessuno.

La vera ricetta dell’innovazione è: prima cambiamo noi, poi cambieranno gli altri.

Scalabile

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Il problema del lavoro, specie del lavoro creativo, è che ci sono solo 24 ore in una giornata, di queste 24 ne dovremmo dormire 8, dobbiamo mangiare, prenderci cura della famiglia e alla fine le ore produttive si riducono ad un numero variabile, ma finito, comunque inferiore a 16.

Il problema si pone in maniera più acuta se vendiamo il nostro tempo. In una giornata di lavoro, anche di 16 ore, raramente si riesce a “creare” per più di 6 o 7 ore. E queste ore creative sono le uniche che si possono addebitare ai clienti.

Questo problema interessa tutti, perché tra poco, come dicevamo ieri, lavoreremo tutti come freelancer e saremo misurati per il risultato che portiamo.

Come uscire dalla schiavitù delle ore? Come può un freelancer diventare scalabile?

Bisogna imparare a produrre il nostro risultato in modi diversi. Eccone alcuni:

Creare una Standard Operating Procedure e delegare.

Questa è la formula di management più nota nel mondo delle aziende. Un esperto (taylorista) crea un manuale, altri freelancer, meno abili a creare manuali, lo seguono. La differenza di prezzo tra quanto viene pagato il freelancer principale e quanto paga i suoi freelancer è il suo guadagno.

Prodottizzare la consulenza.

Si possono automatizzare alcuni processi della consulenza (ad esempio con un software) per così creare un offerta standard e iniziare a promuoverla sul mercato come se fosse un prodotto.

Un esempio: c’è chi si è specializzato nel creare siti per ristoranti. Invece di dire che è l’agenzia specializzata in ristoranti, dicono di avere un prodotto che si chiama “Restaurant Engine”. Così si prodottizza la consulenza.

Boutique

A me il termine non piace, perché la boutique non ha mai fatto pensare ad un posto dove si lavora. La mia “boutique” la chiamo infatti “laboratorio di innovazione”. Ma la formula della boutique funziona: i clienti sono pochi, hanno giusti sofisticati, spendono tanto ed esigono altrettanto.

Un freelancer si può posizionare come una boutique di lusso, creare un’offerta per il segmento più ricco (o più spendaccione) del mercato e moltiplicare il suo guadagno.

Queste sono solo tre strategie, ce ne sono tante altre che bisognerà esplorare insieme nel futuro prossimo.

Freelancer

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In futuro saremo tutti freelancer.

Non è necessariamente vero. La cosa vera è che ci dovremo comportare come tali, qualsiasi sia la nostra posizione nel mondo del lavoro.

Whatever happens to musicians happens to everybody.

Questa predizione di Bruce Sterling può essere una buona guida per scoprire cosa ci aspetta nel futuro del lavoro.

I musicisti oggi devono creare il proprio mercato, stimolare la domanda, diventare esperti di marketing, creare pacchetti dei loro prodotti, fidelizzare il proprio pubblico, vendersi sempre al meglio. Tutte abilità fondamentali per i freelancer.

Ma che vuol dire freelancer?

È sinonimo di mercenario. Sono i cavalieri con la “lancia libera”, pronti a servire qualsiasi padrone. Ecco, se questo è il futuro dove stiamo andando, abbiamo bisogno di una parola nuova.

Consulenti andrebbe bene?

Mi definisco un consulente. E vedo tanti occhi andare al cielo quando si parla di consulenti. Anche fornitori non funziona. Credo proprio che abbiamo bisogno di una nuova parola.

Non si fa il futuro con le parole del passato.

Questo lo dico io. E così concludo.